Raoul, il dj migliore della Romagna

Per apprezzare e comprendere ciò che vado a narrare, dovete prima leggervi questo racconto ruspante della Liscbet, la béla burdéla del Pamela. Su mò!

Oggi è un bel giorno per morire!

Il Raoul non è uomo che si tira indietro se una donna gli si struscia contro, durante una serata al Piteco o alle Cupole di Castel Bolognese. Prende su volentieri, ci fa un giro di valzer, e poi… a t’salut, saionara, gubai! Le donne lo sanno, ma non smettono di ronzargli intorno come gli sciami di moscerini nelle valli di Comacchio.

“Nessuna donna mi ha mai visto per due giorni di fila, neppure mia madre”, questa è la frase che rifila alle femmine troppo insistenti. E meno male, perché altrimenti ci sarebbe un ingorgo tale che ci vorrebbe un vigile a dirigere il traffico!

Perché il Raoul è lunare, pallido, nero. Con due occhi color muschio imperlato di bruma notturna che se ti ci scontri ti commuovi. E ti fanno cascare la mutanda anche se non vuoi. E poi ti caccia su della musica, boia d’un dio lédar, che balleresti fino a svenire in pista! Perché il Raoul è il dj migliore della Romagna, figlio di tanto padre e di tanta madre: Luana e Celso, famosi in tutta la riviera per l’omonima band di vero liscio di Romagna, ciò!

“Il mio primogenito si chiamerà Raoul”, aveva giurato Celso sul suo sax quando aveva salutato l’Orchestra Casadei per mettersi in proprio, “E succhierà latte e lisssio!” E così fu.

Ma il Raoul era spirito libero, zingaro della notte e unico proprietario di se stesso: a sei anni sapeva già suonare “Ciao, mare” con tutti gli strumenti, ma a quindici scappava dalla finestra per andare a sentire suonare il dj Mozart alla Baia di Gabicce con é Zighitòun, il cecatone, che non vedeva bene ma era maggiorenne e c’aveva la Diane.

Ora ci va lui a suonare alla Baia. E anche in balera. E al Pamela.

“Ogni musica suona la sua verità”, spiega all’Alieto con quella sua voce rauca, bassa, impastata di note, notte, alcool e baci, “Ogni donna suona una canzone, e ogni canzone compone lo spartito della vita!”

Alieto gli versa un Glen, si sporge dal bancone e, indicando la Liscbet che spantera al centro della pista, sussurra:  “E la Lisbect quale suona?”

Raoul butta giù tutto d’un fiato, si spara in faccia la sua espressione da schiaffi, quella da puttana e filosofo, e sentenzia: “La Lisbeth suona la mia stessa canzone…per questo è pericolosa!”

Siamo nel tardo pomeriggio. Il Raoul si sveglia e butta un occhio al poster del suo film preferito: “Il Piccolo grande uomo” col Dastin Ofman. Si piazza a gambe larghe in terrazza, nudo come mamma lo ha fatto (ed è tutta roba buona), si accende una paglia e, come ogni giorno, grida il suo credo al mondo.

Oggi è un bel giorno per morire!

PBPT: Più Balere Per Tutti!

27 Pensieri su &Idquo;Raoul, il dj migliore della Romagna

  1. Perché Mother?
    Perché mi hai fatto questo?
    Trovarmi qui, nero su bianco, Raoul, la sua storia… Il suo sguardo grifagno?
    Ma lo sai com’è bello il colore dei suoi occhi? Quando ti squartano in due fissandoti intensamente?
    Quegli zigomi alti, il volto incavato, la mandibola forte, le labbra serrate. Pelle chiara e barba appena incolta, biondo rossiccia. Lineamenti zigani.
    E la sua voce, quando mi denuda di ogni tentativo, con una battuta assestata, con l’ironia di chi sa leggermi l’anima?
    Quando mi raccontano delle burdéle che si nascondono sotto il suo balcone, nell’attesa che lui esca, ‘gnudo, a mangiarsi il mondo con un sorriso sfrontato?
    E io, lontana, sempre lontana?
    Giammai mi troverà implorante sotto il suo balcone! Mi strazierò l’anima piuttosto, mi consumerò balando in balera tutta la notte della mia vita.
    Mother io lo amo. Lo amo!
    Con tutti i suoi difetti, i suoi limiti, la sua stronzaggine, io lo amo.
    Lo amo, ma non mi piego.
    Piuttosto mi spezzo. Da sola.

    E ora vado a lavarmi le mani, che l’aria afosetta mi ha reso appiccicosette le dita sui tasti e sul mouse ed è tutto molto fastidiosetto.

    • Mother conosce il Raoul fin da quando succhiava il latte dalla Luana, “l’angelo di Gatteo a mare”… quel donnino aveva una voce che quando ti faceva l’acuto si rompevano i bicchieri di Cagnina, vamolà! Quante ne ha passate col Raoul, ma lei aveva lo stesso sangue zingaro, e non ci ha mai fatto una malattia. E io ci ho sempre buttato un occhio, a quel pirata con l’occhio boschivo, e quello che non vedo io me lo riferisce l’Alieto, barista discreto, ma che con me deve svuotare il sacco o non gli pago lo stipendio, ah beh beh!

  2. Mother, ho deciso: scappo in America.
    Cambio vita, nome, cose, città e animali.
    Forse la distanza dell’oceano me lo farà dimenticare.
    Là nel deserto, i suoi occhi non mi troveranno, i suoi sorrisi non mi scalfiranno, la sua distanza sarà finalmente la mia distanza.

    • Ora ti cito il Raoul:
      “In questa pazza vita, le persone sono come il cibo in scatola, tipo le girelle o i buondì o i turtlén che compri in autogrill: lo mangi, ma non ti dice niente; oppure sono come i cavolfiori o i cachi o i kiwi, che se me ne porti una cassetta ti tolgo il saluto per sempre…
      Poi ci sono i condimenti. Quelli che insaporiscono il cuore e il cervello.
      La Liscbet è il sale della vita…”
      Mo dove vuoi andare, figliola mia! Il Raoul ti verrebbe a cercare anche su Plutoune che fa rima con magoune, ciò!

      • Non voglio ricordarmi le sue parole, le frasi, i cavalli di battaglia…
        Mi fanno male al cuore, qua, proprio in mezzo alle tette morbide, vicino a quel neo malizioso.
        Non mi cercherà mai e io farò altrettanto.
        Si tenesse le stolide sciupatelle cui s’accompagna! Basiche per basici!
        Oh! Mother…

      • Lo so, lo so, il Raoul è sfuggente come una tinca del Lamone, ma ascolta le parole di Mother: più cerchi di scacciarlo dalla testa, più lui ti si infila nella fessura della porta che neanche un rappresentante di aspirapolveri.

  3. Pingback: La Béla Burdéla del Pamela – Capitolo 2 | neroacuminato

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